Azzurro

Ho conosciuto G. più di vent'anni fa, durante un centro estivo di cui ero il coordinatore.
Sottopagato.
L'assessore, dopo aver perso tutti i capelli, si era messo in testa l'idea di risparmiare su tutto.
E a qualunque costo.
E se hai poco più di vent'anni, l'entusiasmo potrebbe non bastare per portare sulle spalle la responsabilità di ottanta ragazzi delle scuole medie. Con metà del personale promesso e la sorpresa di quattro ragazzi portatori di handicap, come si diceva allora.

“E i quattro assistenti sociali che ci dovevate affiancare?” chiedo sbarbato all'assessore.
Dice che verranno le seconde due settimane; poi dice che stanno in ferie; poi dice che ci sono degli intoppi burocratici; poi dice che non ci sono i soldi.
I ben informati, però, sostengono che i soldi, prima, c'erano.
Prima.
I miei capi, alla cooperativa, mi dicono di mandar giù.

Ma il peso di quei quattro ragazzi è enorme.
Non abbiamo competenze, non abbiamo esperienza, non abbiamo studi.
Per l'assessore noi siamo un'area di sosta in cui i genitori possano parcheggiare i figli durante i mesi estivi.

Ma le cose non vanno esattamente così.

G. suonava la chitarra, a suo modo.
E, sempre a suo modo, cantava.
Socchiudeva appena quei suoi occhi un po' a mandorla e sosteneva di imitare Adriano Celentano mentre cantava “Azzurro”.
Il bello è che tutti gli credevano per davvero, e dopo un primo istante di stupore, gli credetti anch'io.
Così nei momenti di pausa G. imbracciava la chitarra, si sedeva su una seggiola e cantava circondato dai suoi amici, persino quelli per i quali immaginavi un futuro da delinquente.
Capire quello che diceva, anche se non lo si conosceva, diventava subito facile, perché facilmente lo si amava.
I suoi occhi dicevano quel che il cervello faticava a trasmettere alla bocca.
E il fatto che avesse una sorella più grande molto carina era del tutto trascurabile. Lei lo accompagnava, mi dava qualche suggerimento.
Soprattutto insegnò a me, giovane un po' distratto, a non aver paura di ciò che non si conosce.
Quei due si volevano bene.
La decisione di portarcelo nella gita di Gardaland, impensabile i primi giorni, divenne naturale.
La fatica, la tensione e la preoccupazione di quel giorno rimangono indelebili, ma non quanto l'allegria che la sua stretta vicinanza mi procurò.

Quell'estate, nella più classica delle vacanze in Salento, mentre suonavo la chitarra per far colpo su una biondina, mi tornava in mente G. e prendevo a cantare “Azzurro”.
“Solo quella sai?” mi chiese la biondina.
“No, ma quando la canto sono felice!”

Non ho più rivisto G.
Una volta, un paio di anni fa, sono tornato in quel paese con l'assurda speranza di vederlo passeggiare con sua sorella.
Ma non ha importanza, non ho motivo alcuno di pensare che non siano felici.

Da parte mia, io ho imparato a non temere il futuro, anche quando lì in fondo le cose sono un po' confuse.
E anche oggi, guardando i tuoi occhi un po' a mandorla, quel che sta nascosto oltre l'ennesima curva ci fa un po' meno paura.
 


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